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Conoscenza
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La mwdaconoscenza è la consapevolezza e la comprensione di mwdqveritàmwdg, fatti o mwdwinformazioni acquisite attraverso l'mweaesperienza o l'mweqapprendimento (mwegconoscenza mwewmwfaa posteriori), oppure mediante l'mwfqintrospezione (mwfgconoscenza mwfwmwgaa priori).cite-ref-1[1] Essa costituisce l'mwhqautocoscienza del possesso di informazioni interconnesse che, considerate singolarmente, hanno un valore e un'utilità inferiori.cite-ref-2[2]

Contents

Note

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Introduzione generale

«Fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.»


"Conoscenza" è un termine che può assumere significati diversi a seconda del contesto, ma ha in qualche modo a che fare con i concetti di mwlasignificato, mwlqinformazione, mwlgistruzione, mwlwcomunicazione, mwmarappresentazione, mwmqapprendimento e stimolo mentale.

La conoscenza è qualcosa di diverso dalla semplice informazione. Entrambe si nutrono di affermazioni vere, ma la conoscenza è una particolare forma di sapere, dotata di una sua utilità. Mentre l'informazione può esistere indipendentemente da chi la possa utilizzare e quindi può in qualche modo essere preservata su un qualche tipo di supporto (cartaceo, informatico, ecc.), la conoscenza esiste solo in quanto c'è una mente in grado di possederla.

In effetti, quando si afferma di aver esplicitato una conoscenza, in realtà si stanno preservando le informazioni che la compongono insieme alle correlazioni che intercorrono fra di loro, ma la conoscenza vera e propria si ha solo in presenza di un mwnautilizzatore che ricolleghi tali informazioni alla propria esperienza personale. Fondamentalmente la conoscenza esiste solo quando un'mwnqintelligenza possa essere in grado di utilizzarla.

In mwnwfilosofia si descrive spesso la conoscenza come informazione associata all'mwoaintenzionalità. Lo studio della conoscenza in filosofia è affidato all'mwoqepistemologia (che si interessa della conoscenza come esperienza o scienza ed è quindi orientata ai metodi ed alle condizioni della conoscenza) ed alla mwoggnoseologia (che si ritrova nella tradizione filosofica classica e riguarda i problemi mwowa priori della conoscenza in senso universale).

La conoscenza in filosofia e il problema della giustificazione

Una diffusa definizione di conoscenza la vuole come "teoria della giustificazione" della mwsgverità delle convinzioni. Questa definizione, che deriva dal dialogo mwswplatonico mwtamwtqTeeteto, pone in primo piano l'importanza delle condizioni necessarie, anche se non sufficienti, affinché un'affermazione possa rientrare nella conoscenza.

Non esiste un accordo universale su ciò che costituisce la conoscenza, la certezza e la verità. Si tratta di questioni ancora dibattute dai filosofi, dagli studiosi di mwtwscienze sociali e dagli mwuastorici.cite-ref-3[3] mwvqLudwig Wittgenstein ha scritto un trattato (mwvgDella certezza) che indaga appunto le relazioni tra la conoscenza e la certezza. Un ramo di questa indagine è successivamente diventato un'intera branca, la "filosofia dell'azione".

Il problema principale indagato dai filosofi è il seguente: come avere la certezza che le nostre convinzioni costituiscono effettivamente una "conoscenza"? Quand'è che si ha vera conoscenza?

Sia la certezza che l'evidenza sono caratteristiche mwxwepistemiche appartenenti nient'altro che alla convinzione stessa. In altre parole, esse non affermano altro che la convinzione è vera. È dunque necessario ricorrere ad altre caratteristiche mwyaepistemiche, come la razionalità o il criterio logico, per avere garanzia che una certa conoscenza sia giustificata, cioè corrisponda al mwyqvero: questa non dev'essere arbitraria, né casuale né irrazionale. mwygAristotele, ad esempio, giudicava erroneo il detto di mwywProtagora secondo cui «l'uomo è misura di tutte le cose», proprio perché contraddittorio:cite-ref-4[4] se fosse vero ciò che ad ogni uomo appare certo, la conoscenza verrebbe svuotata del suo significato razionale; conoscere significherebbe soltanto "percepire" o "sentire", indipendentemente da ogni criterio oggettivo.

Si può notare come il problema della divergenza tra soggettività e oggettività, tra verità e certezza, che al giorno d'oggi è affrontato dettagliatamente dalla "teoria della giustificazione", vertesse sin da allora sulla contrapposizione tra sensi e intelletto, o tra mwaqverità e mwagopinione. Si tratta di un problema col quale si sono cimentati dapprima gli mwawantichi greci e poi i filosofi a loro successivi.

La contrapposizione tra sensi e intelletto

A grandi linee, nella mwcwstoria della filosofia occidentale si sono spesso contrapposte (e a volte sovrapposte) due linee di pensiero: coloro che considerano la conoscenza un prodotto della mwdamente e dell'indagine introspettiva, e coloro invece secondo cui la conoscenza deriva unicamente dai mwdqsensi, cioè dall'esterno.

Connessa a tale questione è se la conoscenza sia il risultato di meccanismi automatici, o se invece dipenda da un atto mwdwcreativo del soggetto, che coinvolga in qualche modo la sua mwealibertà.

Tra i primi a contrapporre la conoscenza intellettiva a quella sensoriale fu mwegPitagora, che faceva del mwewnumero e della sapienza mwfamatematica l'oggetto principale del conoscere. Da questa contrapposizione scaturì il carattere nascosto della conoscenza, che si riteneva riservata a una cerchia ristretta di mwfqiniziati, i soli capaci di comprendere la natura intellettiva della realtà.

In seguito anche la mwfwscuola eleatica, in particolare mwgaParmenide, svalutò la conoscenza sensoriale, affermando l'importanza di un sapere dedotto esclusivamente dalla mwgqragione. Un tale sapere però risultava poco accessibile ai più, perché non oggettivabile: dell'mwggEssere infatti si può dire soltanto che esso mwgwmwhaè, e nient'altro.

Ai pitagorici e agli eleati si contrapposero le teorie atomiste dei seguaci di mwhgDemocrito, secondo il quale la conoscenza è il frutto di processi meccanici, cioè della combinazione degli mwhwatomi che colpendo i nostri mwiaorgani di senso producono in noi l'apprendimento.

Socrate

Con mwkaSocrate la conoscenza acquista una valenza mwkqetica, venendo d'ora in poi ricondotta essenzialmente al primato della riflessione individuale. Per mwkgSocrate infatti ogni conoscenza è vana se non è ricondotta alla propria mwkwautocoscienza, a quella voce dell'mwlaanima dotata di consapevolezza, in grado di esaminare criticamente e smascherare il falso sapere dei mwlqsofisti, le nozioni "irriflesse" di coloro che si credono sapienti ma in realtà non lo sono. La vera sapienza nasce dunque dal mwlgconoscere se stessi; una tale conoscenza però non è insegnabile, né trasmissibile a parole, perché non è una tecnica. Il maestro può solo aiutare l'allievo a partorirla da sé.cite-ref-5[5]

Platone e i neoplatonici

mwogPlatone seguì gli insegnamenti di Pitagora, Parmenide, e Socrate, tuttavia rivalutando in parte l'mwowesperienza sensibile. I sensi infatti, secondo Platone, servono a risvegliare in noi il ricordo delle mwpamwpqidee, ossia di quelle forme universali con cui è stato plasmato il mondo e che ci permettono di conoscerlo. Conoscere significa dunque mwpgricordare: la conoscenza è un processo di mwpwreminiscenza di un sapere che giace già all'interno della nostra anima, ed è perciò "innato". L'mwqainnatismo della conoscenza è ciò che più contraddistingue il platonismo dall'empirismo.

Con mwqgPlatone la conoscenza resta un'esperienza dal valore essenzialmente etico, poiché riguarda la decisione dell'anima di accostarsi alla visione mwqwmwraeidetica del mwrqBene risvegliandone in sé il ricordo.

Presso il mwrwneoplatonismo verrà mantenuta l'idea che la vera conoscenza non è quella che deriva dall'esperienza, come crede il senso comune, ma nasce da una superiore attività intellettiva che ha come oggetto le mwsaidee spirituali. La conoscenza è pertanto qualcosa di "nascosto" ai più, che si lasciano abbagliare dagli inganni dei sensi. Questa concezione sarà fatta propria anche da varie correnti mwsqneopitagoriche, mwsggnostiche, mwswesoteriche, e mwtamagiche, che approderanno alla mwtqfilosofia rinascimentale. Secondo mwtgGiordano Bruno bisogna nascondere la conoscenza alla plebe perché questa non la potrà mai capire, ed è persino rischioso elargirgliela.

L'aristotelismo

Rispetto a Platone, mwvgAristotele aveva ulteriormente rivalutato l'esperienza sensibile, ma come il suo predecessore aveva mantenuto fermo il presupposto secondo cui la conoscenza nasce anzitutto dal mwvwsoggetto.cite-ref-6[6] Una conoscenza che si limiti a recepire le impressioni dei sensi, infatti, è passiva; perché vi sia vera conoscenza occorre che l'mwxaintelletto umano svolga un ruolo attivo che gli consenta di andare oltre le particolarità transitorie degli oggetti e di coglierne l'mwxqessenza in atto. Il passaggio all'intelletto attivo implica che questo sia capace di pensare se stesso, cioè sia dotato di consapevolezza e libertà, che è la caratteristica fondamentale che distingue l'uomo dagli altri animali.

Aristotele distinse così vari gradi del conoscere: al livello più basso c'è la mwxwsensazione, che ha per oggetto entità particolari, mentre a quello più alto c'è l'mwyaintuizione intellettuale, capace di "astrarre" l'mwyquniversale dalle realtà empiriche.cite-ref-7[7] Conoscere significa dunque mwzgastrarre.

Aristotele fu anche il padre della mw0alogica formale, che egli teorizzò nella forma mw0qdeduttiva del mw0gsillogismo. Va precisato però che l'mw0wintuizione restava per lui superiore anche a quest'ultimo, perché in grado di fornire quei princìpi di partenza da cui il sillogismo trarrà soltanto delle conclusioni coerenti con le premesse. Essa si trova dunque al vertice della conoscenza, culminando alla fine in un'esperienza mw1acontemplativa, tipica di un sapere fine a sé stesso, che per Aristotele rappresentava l'essenza della mw1qsaggezza.cite-ref-8[8] Ritorna così anche in lui il valore mw2getico della conoscenza.

Dal Medioevo all'empirismo anglo-sassone

I capisaldi del processo conoscitivo, così com'erano stati enunciati da Aristotele, rimasero invariati per tutto il mw3qMedioevo, ribaditi e valorizzati in particolare da mw3gTommaso d'Aquino.

Fu agli inizi dell'età moderna che in mw5qInghilterra iniziò a prodursi una corrente filosofica secondo cui, invece, la conoscenza deriva unicamente dall'esperienza mw5gsensibile. I principali esponenti di questa corrente, che ebbe come precursori mw5wFrancesco Bacone e mw6aThomas Hobbes, furono mw6qJohn Locke, mw6gGeorge Berkeley e mw6wDavid Hume. I princìpi a cui essi intendevano ricondurre ogni forma di conoscenza umana erano essenzialmente due:cite-ref-9[9]

• La mw8gverificabilità, secondo cui ha senso conoscere soltanto ciò che è verificabile sperimentalmente; ciò che non è verificabile non esiste o non ha valore oggettivo.
• Il mw9ameccanicismo, in base al quale ogni fenomeno (compresa la conoscenza umana) avviene secondo leggi meccaniche di mw9qcausa-effetto.

Quest'ultimo punto fu fatto proprio soprattutto da Hobbes, e si connette alla convinzione degli empiristi per cui la mente umana è una mw9wmw-atabula rasa al momento della nascita, cioè priva di idee mw-qinnate. Dopo la nascita, le impressioni dei sensi prenderebbero ad agire meccanicamente sulla nostra mente, plasmandola e facendo sorgere in essa dei concetti.

Leibniz e Kant

L'empirismo così espresso venne criticato dapprima da mwaqeLeibniz, il quale riaffermò che la conoscenza non è un mero processo meccanico: in noi sono già presenti dei concetti latenti, che l'esperienza può risvegliare, ma non creare dal nulla.cite-ref-10[10] Leibniz si espresse così a favore dell'mwaqyinnatismo delle idee, ma contestò anche mwaqcCartesio, secondo cui esistevano solo quelle idee di cui si ha una conoscenza chiara e oggettiva, deducibili mwaqga priori dalla ragione: per Leibniz, invece, esistono anche pensieri di cui non si ha coscienza, e che agiscono a un livello mwaqkinconscio. Ci sono cioè varie gradazioni della conoscenza, da quella più oscura fino a quella più distinta, che è l'"appercezione" di me o mwaqoautocoscienza.cite-ref-11[11]

In seguito anche mwaraKant criticò l'empirismo, e affermò che la conoscenza è un processo essenzialmente mwarecritico, in cui la mente umana svolge un ruolo fortemente attivo. Operando una sorta di mwarimwarmrivoluzione copernicana del pensiero, Kant mise in rilievo come le leggi scientifiche con cui conosciamo il mondo siano modellate dalla nostra mente anziché essere ricavate induttivamente dall'esperienza. La vera conoscenza si ha per Kant quando formuliamo i cosiddetti giudizi "sintetici mwarqa priori": questi sono da un lato mwarumwarya priori, perché nascono dall'attività delle nostre categorie mentali; dall'altro però tali categorie si attivano solo quando ricevono dati empirici da trattare, ottenuti passivamente dai mwarcsensi. In tal modo egli ritenne di poter conciliare mwargempirismo e mwarkrazionalismo.

Al vertice della conoscenza si trova lmwars'mwarwmwar0io penso, un'attività suprema che ha la capacità di connettere in maniera critica e consapevole le informazioni provenienti dal mondo esterno. La conoscenza non è dunque una semplice raccolta di nozioni, ma significa "collegare".cite-ref-12[12] Ne deriva che la riflessione critica basata sulla propria mwasiautocoscienza è per Kant l'unico presupposto di una conoscenza valida.cite-ref-13[13]

Karl Popper

mwas4Karl Popper, ricollegandosi alla tradizione aristotelica e kantiana, sostenne che la conoscenza è un processo esclusivamente mwas8deduttivo, comune sia agli uomini che agli animali, e che esso si basa sul metodo dei tentativi e della confutazione. L'apprendimento non deriva dall'osservazione induttiva della realtà, bensì dalla nostra mwataimmaginazione creativa, cioè da anticipazioni ingiustificate della realtà stessa (le congetture) che di volta in volta noi mettiamo alla prova. La vera conoscenza deve essere dunque mwatefalsificabile, formulata cioè in modo tale che la sua sottomissione ad un mwatiesperimento possa eventualmente attestarne la falsità.cite-ref-14[14]

Conoscenza ed esoterismo

Nelle correnti più recenti dell'mwatkesoterismo si rileva come nell'epoca attuale, contraddistinta da un approccio individualistico-sperimentale, la conoscenza umana sia maggiormente orientata ad avvalersi del mwatometodo induttivo, mentre nell'età mwatsantica e mwatwmedievale prediligeva quello mwat0deduttivo.cite-ref-15[15] Questi due procedimenti conoscitivi, contrapposti ma complementari, riproducono la dinamica intercorrente a livello cosmico tra particolare e universale, percezione e concetto, discesa nella materia e risalita allo spirito, come riflesso di una mwauicreazione strutturata gerarchicamente in cui vigono relazioni di mwaumanalogia, cioè rapporti di similitudine o mwauqmetaforici, tra le sue parti.cite-ref-16[16] I mwaukfilosofi ermetici, in particolare, vedevano nell'mwauoanalogia lo strumento principe per arrivare a conoscere in chiave mwausunitaria gli aspetti molteplici della natura, essendo questa basata sull'occulta corrispondenza tra mwauwmacrocosmo e microcosmo, secondo il loro celebre motto «come in alto così in basso».cite-ref-17[17]

La tendenza dell'epoca attuale, ribadisce mwaviSteiner, è di basarsi quasi esclusivamente sui fatti empirici trascurando la portata oggettiva delle mwavmidee, le quali non sono qualcosa di astratto, ma sono costitutive della mwavqrealtà stessa, modelli mwavuspirituali che si sono mwavycondensati nei fenomeni sensibili.

«Quando l'uomo si forma un

pensiero

sulle cose, la sua interiorità si volge dalla forma fisica all'

archetipo

spirituale delle cose stesse. Il

comprendere una data cosa mediante il pensiero

è un processo che possiamo paragonare a quello mediante il quale un corpo

solido

viene dapprima liquefatto nel

fuoco

, affinché il

chimico

possa poi studiarlo nella sua forma

liquida


(Rudolf Steiner, Teosofia. Un'introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino dell'uomo (1918)cite-ref-18[18])

Scetticismo, conoscenza ed emozioni

Quando si risponde di no alla domanda se sia veramente possibile raggiungere la conoscenza, o se sia mai possibile giustificare abbastanza le nostre convinzioni da poterle chiamare "conoscenza", si approda allo mwawmscetticismo filosofico, a cui oggi aderiscono alcuni scienziati e filosofi. Lo scetticismo filosofico è la prospettiva che indaga criticamente se la conoscenza degli uomini sia rispondente al vero; i suoi seguaci sostengono che non è possibile ottenere una conoscenza "vera", o quantomeno fondata, poiché la giustificazione non è mai del tutto certa.cite-ref-19[19] Questa posizione differisce dallo mwawgscetticismo scientifico, che è invece la prospettiva per la quale non sarebbe possibile accettare la veridicità di un'affermazione se non dopo averla controllata sperimentalmente.cite-ref-20[20]

Ad ogni modo, la conoscenza è spesso vista anche come una sorta di antidoto all'mwaw4irrazionalità delle pulsioni ed emozioni umane. Come dice mwaw8Ralph Waldo Emerson: «La conoscenza è l'antidoto della paura; Conoscenza, Uso e Ragione, coi loro ausili più elevati. Il bambino su una scala, o un graticolato, o in una vasca da bagno, o con un gatto, è in pericolo quanto il soldato davanti al cannone o a un'imboscata. Ciascuno sormonta le paure non appena comprende precisamente il pericolo e impara i mezzi di resistenza. Ciascuno è soggetto al panico, che è, esattamente, il terrore dell'ignoranza arresa all'immaginazione».cite-ref-21[21]

Distinzione tra conoscere la cosa e conoscere il come

Facciamo un esempio. Quando una persona, Mimma, dice: «Il modo di mwaxknuotare più veloce è lo mwaxostile libero: mwaxssi tratta di agitare le gambe a turno, muovendo al contempo le braccia più o meno in circolo attorno alla spalla», ella dispone di una conoscenza proposizionale del nuoto e del mwax0come nuotare in stile libero.

Quando Mimma acquisisce questa conoscenza proposizionale tramite un'mwax8enciclopedia, non acquisisce al contempo la capacità di nuotare: ella dispone, certo, di una conoscenza proposizionale, ma non di quella mwayaprocedurale, ovvero del cosiddetto mwayemwayiknow-how. In generale, mentre è facile mettere in pratica un certo mwaymknow-how (basta eseguire le operazioni in questione), non è altrettanto facile dimostrare la validità di una conoscenza meramente proposizionale.cite-ref-22[22] In questo caso si tratta di quella forma di mwaygconoscenza tacita indagata da mwaykMichael Polanyi.

La conoscenza quindi non è solo la capacità di interpretare messaggi sensoriali provenienti dal mondo esterno, saper immaginare, inventare, risolvere problemi ma è anche la capacità di intraprendere una certa azione oppure, a seconda delle esigenze, di non intraprenderla. Nel caso di Mimma, sopra riportato, ella, dopo essere saltata nella piscina, comincerà a nuotare nel modo che le è noto (il che le consentirà di non affogare). Viceversa, saltare in una piscina avendo letto qualcosa sul nuoto, ma senza conoscere realmente il metodo, può essere fatale.

Differenze tra conoscenza inferenziale e conoscenza fattuale

La conoscenza viene anche distinta in fattuale o inferenziale. La prima si basa sull'osservazione diretta; non è esente da una certa dose di incertezza, a causa dei possibili mway0errori di osservazione e di interpretazione, oltre che dalla possibilità che i sensi possano essere ingannati da una mway4illusione.

La conoscenza inferenziale è invece basata sul mwazaragionamento a partire non da un'esperienza ma da un fatto acquisito, o da un'ulteriore conoscenza inferenziale, quale ad esempio una mwazeteoria. Una tale conoscenza può essere o meno verificabile tramite l'osservazione o l'esperimento. Per esempio, tutta la conoscenza relativa all'mwaziatomo è di tipo inferenziale. La distinzione tra conoscenza fattuale ed inferenziale è studiata dalla mwazmsemantica generale.cite-ref-23[23]

Attraverso l'esperienza, l'osservazione e l'inferenza, gli individui e le culture ottengono una conoscenza sempre maggiore. Il modo in cui questa conoscenza si diffonde dagli uni agli altri è esaminata dalla "teoria mwazkantropologica mwazodella diffusione". Questa esplora i fattori che portano gli uomini a divenire consapevoli, esperti, e ad adottare idee e pratiche nuove.

In proposito, alcuni studiosi mettono in rilievo come si abbia conoscenza solo grazie alla mwazwmemoria, ad esempio mwaz0Gustav Meyrink.

Forme di conoscenza

Nella disciplina chiamata "gestione della conoscenza", o mwaaamwaaeknowledge management, si distinguono vari tipi di conoscenza: quella mwaaitacita, quella esplicita e quella incorporata.cite-ref-24[24]

Conoscenza esplicita

È quella forma di conoscenza che può in qualche modo essere rappresentata, o meglio, che può essere trasferita da un mwaakindividuo ad altri tramite un supporto fisico, quale può essere un libro o un filmato, o direttamente, attraverso una conversazione o una lezione. Un mwaaodocumentario, un mwaasmanuale, un mwaawcorso, un’mwaa0enciclopedia, sono tutti contenitori di conoscenza esplicita.cite-ref-25[25]

Conoscenza tacita

È quella forma di conoscenza che ci è più propria, ovvero ciò che sappiamo, anche se a volte non siamo capaci di esplicitarlo. Non tutta la conoscenza tacita è in effetti esplicitabile, e quando lo è, non è detto che lo possa essere completamente. Il «saper fare» qualcosa è conoscenza tacita, così come lo è quella particolare forma di conoscenza al quale diamo il nome di «mwabqintuizione», e che altro non è che la capacità di utilizzare in modo mwabuinconscio la propria esperienza per risolvere in modo apparentemente mwabymagico e mwabcinspiegabile problemi anche molto complessi.cite-ref-26[26]

La maggior parte della conoscenza di un individuo o di un gruppo di individui è tacita e non può essere esplicitata in toto o in parte. In un sistema di conoscenza, quindi, gli esseri umani non sono semplici utenti, ma parte integrante del sistema.

Conoscenza incorporata

È quella forma di conoscenza che, pur esplicitata, non lo è in forma immediatamente riutilizzabile, ma richiede a sua volta conoscenza per essere estratta. Ad esempio, un processo nasce dalla formalizzazione di un'mwab8esperienza, ma pur essendo consapevoli di quali siano i passi per eseguirlo, si può ignorare il perché debbano essere eseguiti in quella determinata maniera. Solo chi ha una certa esperienza può comprendere perché quel processo è stato definito in quel modo. Un oggetto può avere la conoscenza incorporata nell'mwacaergonomia del mwacedesign, oppure nella realizzazione delle sue funzionalità.cite-ref-27[27]

L'esempio del libro

Un mwacglibro è un mwackcontenitore di tutti e tre i tipi di conoscenza: quella esplicita è nel contenuto, in ciò che dice; quella incorporata è nello mwacostile di scrittura, o nel modo in cui il libro è stato realizzato, non solo come testo, ma come oggetto fisico (mwacsrilegatura); quella tacita è in tutto ciò che non è stato scritto, ovvero nel lavoro preparatorio che solo l'autore del testo potrebbe cercare di raccontare, nelle scelte fatte e nella capacità stessa di averlo scritto.

Note

cite-note-11. L'etimologia deriva dalla particella mwadilatina mwadmcum + il vocabolo mwadqgreco antico mwadugnòsis (cfr. mwadydizionario etimologico). Termini arcaici sono mwadcmwadgcognoscenzia, mwadkcanoscenza, mwadocognoscenza (cfr. mwadsdizionario italiano).
cite-note-22. Diceva in proposito mwad8Aristotele che «il tutto è mwaeamaggiore della mwaeesomma delle mwaeiparti».
cite-note-33. mwaeyConoscenza culturale e storica mwaecArchiviatomwaeg il 4 gennaio 2012 in mwaekInternet Archivemwaeo. di G. Mayos.
cite-note-44. Aristotele, mwae8Metafisica, 1062 b 14
cite-note-55. Reale, mwafmmwafqIl pensiero antico, pag. 83, Vita e Pensiero, 2001.
cite-note-66. Pur rinnegando l'mwafginnatismo di Platone, Aristotele afferma che «la sensazione in atto ha per oggetto cose particolari, mentre la scienza ha per oggetto gli universali e questi sono, in certo senso, nell'mwafkanima stessa» (mwafomwafsSull'anima II, V, 417b).
cite-note-77. Di seguito alcuni passi da cui emerge come i princìpi primi su cui Aristotele intende fondare la conoscenza non sono ricavabili dall'esperienza, né da un ragionamento dimostrativo; l'mwaf8induzione originata dai sensi non ha per lui alcun carattere di universalità: mwaga mwagi«[...] principio di tutto è l'mwagmessenza: dall'essenza, infatti, partono i mwagqsillogismi» mwagu(Aristotele - mwagymwagcMetafisica VII, 9, 1034a, 30-31) mwagg mwago«Colui che definisce, allora, come potrà dunque provare [...] l'essenza? [...] non si può dire che il definire qualcosa consista nello sviluppare un'mwagsinduzione attraverso i singoli casi manifesti, stabilendo cioè che l'oggetto nella sua totalità deve comportarsi in un certo modo [...] Chi sviluppa un'induzione, infatti, non prova cos'è un oggetto, ma mostra che esso è, oppure che non è. In realtà, non si proverà certo l'essenza con la sensazione, né la si mostrerà con un dito [...] oltre a ciò, pare che l'essenza di un oggetto non possa venir conosciuta né mediante un'espressione definitoria, né mediante dimostrazione» mwagw(Aristotele - mwag0mwag4Analitici secondi II, 7, 92a-92b)
cite-note-88. mwahiArticolo di Paolo Scroccaro, Arianna editrice, 2006
cite-note-99. Abbagnano, mwahyStoria della filosofia, vol. 2, UTET, 2005.
cite-note-1010. «Il nostro egregio autore [J. Locke] sembra invece affermare che in noi non c'è nulla di virtuale e di cui non abbiamo sempre un'mwahoappercezione attuale. Ma egli non può sostenere ciò fino in fondo, perché altrimenti la sua opinione sarebbe troppo paradossale, in quanto le abitudini acquisite e gli stessi contenuti della nostra memoria non sono sempre appercepiti e non vengono sempre in nostro soccorso quando ne abbiamo bisogno, benché spesso noi li ricollochiamo agevolmente nello spirito quando una pur leggera occasione ce li faccia ricordare, come il semplice inizio ci fa ricordare tutta una canzone» (G. W. Leibniz, mwahsNuovi saggi sull'intelletto umano, prefazione, in mwahwScritti filosofici, vol. II, UTET, Torino, 1967, pagg. 171-172).
cite-note-1111. Leibniz, mwaiaMonadologia, in mwaieScritti filosofici, a cura di D. O. Bianca, UTET, Torino, 1967.
cite-note-1212. «[Per conoscere la realtà delle cose] occorre non già la coscienza immediata dell'oggetto stesso, la cui esistenza si vuole conoscere, ma la coscienza del collegamento tra l'oggetto e una qualche percezione reale, in base alle analogie dell'esperienza, che espongono ogni connessione reale in un'esperienza in generale» (Kant, mwaiuCritica della ragione pura, Berlino, 1904: 289 sgg., trad. it. di mwaiyGiorgio Colli, Torino 1957). «Se noi indaghiamo quale nuova natura sia data alle nostre rappresentazioni dal riferimento ad un oggetto, e quale sia la dignità che esse ricevono con ciò, troviamo allora che questo riferimento consiste soltanto nel rendere necessaria la congiunzione delle rappresentazioni in un determinato modo» (Kant, 1904: 269, mwaicibidem).
cite-note-1313. Kant, mwaisCritica della ragion pura, ed. a cura di P. Chiodi, UTET, 2005.
cite-note-1414. mwai8mwajamwajeIntervista a Karl Popper sul metodo ipotetico deduttivo, su mwajiemsf.rai.it. mwajmURL consultato il 22 febbraio 2009 mwajq(archiviato dall'mwajuurl originale l'11 ottobre 2011).
cite-note-1515. mwajkRudolf Steiner, mwajomwajsLa filosofia della libertà (1894), pag. 39, mwajwtrad. it. di Ugo Tommasini, Milano, Fratelli Bocca Editori, 1946. Cfr. analisi in mwaj0mwaj4Moto pendolare vivente mwaj8Archiviatomwaka l'8 gennaio 2013 in mwakeInternet Archivemwaki., e mwakqmwakuInduzione e deduzione mwakyArchiviatomwakc il 10 maggio 2006 in mwakgInternet Archivemwakk..
cite-note-1616. mwak4"Analogia" in dizionario di filosofia Treccani.
cite-note-1717. Testo inciso sulla mwalimwalmTavola di smeraldo attribuita ad mwalqErmete Trismegisto.
cite-note-1818. mwalgTrad. it. di Emmelina de Renzis, Milano, Carlo Aliprandi editore, 1922, pag. 55.
cite-note-1919. Le prime connotazioni dello scetticismo filosofico, così inteso, si sono avute col mwalwpirronismo antico (cfr. Giovanni Reale, mwal0Il dubbio di Pirrone. Ipotesi sullo scetticismo, Il Prato, Padova 2009).
cite-note-2020. Tra gli esponenti dello scetticismo scientifico si trova mwameCarl Sagan, autore de mwamiIl mondo infestato dai demoni, trad. it., Baldini & Castoldi, Milano 1997.
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Bibliografia

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Collegamenti esterni

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